Cosa vedo nella ricerca sull’e-commerce di Casaleggio? Tante cose che i dati dicono, a saperli leggere

Cosa vedo nella ricerca sull'e-commerce di Casaleggio? Tante cose che i dati dicono, a saperli leggere

L’altro giorno guardavo Feud, una bella serie sulla rivalità tra Joan Crowford e Bette Davis nel momento in cui giravano Che Fine Ha Fatto Bay Jane. Ma non voglio parlarvi della serie, ma di un singolo momento, uno scambio di battute, tra un’aspirante regista che vorrebbe tanto la Crowford nel suo film e la assistente della star, Mamacita, una donna che è molto più di una domestica, dotata di curiosità e intelligenza. Siamo nel 1962. L’aspirante regista ha scritto un copione e lo consegna a Mamacita, nella speranza che lei convinca la Crowford a accettare la parte, perché per lei l’unica chance di dirigere un film in una Hollywood dove le donne si occupano solo di costumi, trucco e poco più. Mamacita la ascolta, partecipe. E poi inizia un discorso apparentemente senza senso. Dicendole che nelle ore libere va alla biblioteca pubblica e legge. E che ha letto quante donne c’erano in America nel 1904. E poi nel 1946. E infine l’anno prima, nel 1961. Per la prima volta esse avevano sorpassato gli uomini. E infine le dice qual è la proiezione di lì al 1967. Quando ci saranno 75 milioni di donne più degli uomini. E le chiede se sa cosa significa tutto questo. L’aspirante regista ride e risponde: Ci saranno più ragazze sole? E Mamacita, serissima: Vuol dire che ci saranno donne che vorranno vedere storie costruite per loro e raccontate da donne.

Ecco, in questo rapido scambio di battute secondo me c’è tutto il senso della data analysis: la scoperta dei dati, la lettura dei dati, il racconto dei dati.

Tutto questo per parlarvi della recente, ancora calda, ricerca sull’e-commerce rilasciata da Casaleggio e Associati. Come sempre un bel lavoro, pieno di dati, colmo di numeri, zeppo di diagrammi. Ma cosa dobbiamo leggere nelle oltre 60 pagine scaricabili da internet? La rappresentazione del mercato è molto chiara: il volume di affari e di vendite dei grandi player continua la sua corsa mondiale, la motivazione all’acquisto dichiarata dai clienti è la convenienza, la distribuzione dei clienti di ecommerce vede un +10% di acquirenti al nord rispetto al sud.

E ovvio che “in chiaro” c’è molto di più, ma a me piace vedere oltre i dati e mettere in relazione alcuni parametri con altri. Insomma, proviamo a entrare con gli occhi di Mamacita in questa grande galleria di numeri e notizie.

Quello che vedo per prima cosa è che pur se gli acquirenti dicono di risparmiare comprando online, sappiamo che non è vero. Non si risparmia, non sempre. Anzi. Ma la sensazione è quella. Io penso che la sensazione sia un alibi, e che la realtà è che agli italiani che lo fanno, piace acquistare online più di quanto pensino. Non è più neanche una necessità, ma un’abitudine. E questa abitudine apre le porte, secondo me, al fatto che molte aziende che fino ad oggi hanno snobbato l’e-commerce, diretto o su marketplace, debbano entrarci subito, prima che sia tardi.

Un altro tema che secondo me va esplorato è la differenza tra nord e sud. Sembra che nel meridione d’Italia ci sia minor confidenza con l’e-commerce. E così ho voluto vederci meglio e ho domandato a un amico che vende su una delle maggiori piattaforme di usato, cosa pensa lui di questa disparità. E la risposta è stata illuminante: “Al sud, mi dice, offro uno sconto leggermente superiore che al nord. E riesco a tenere quasi in paro la bilancia geografica”.

Sembra una sciocchezza, ma se penso ai dati Istat sul reddito, tutto diventa geniale. Se guadagno meno, e al sud purtroppo si guadagna meno, non può esistere un modello di prezzo unico. Lui nel suo piccolo può farlo, ma se fosse possibile studiare e profilare le richieste su base geografica, sarebbe una leva di marketing in più a disposizione anche del retail, soprattutto del retail.

Passiamo a un terzo punto. Di cui si parla ancora poco. L’e-commerce sta entrando prepotentemente nel B2B. Insomma, diventa parte della filiera produttiva, con tutti gli interrogativi che questo fatto può aprire, ma anche le opportunità. Opportunità che riguardano tutto il mondo della produzione, soprattutto lato logistica e customer care.

Si perché su questi due aspetti si giocano partite importantissime, che possono giovarsi anche dell’AI, ma devono essere sostenute da una strategia di massima efficacia e di grande flessibilità per costruire un rapporto di fiducia tra aziende che diventano partner. Posso dire che phisical e digital qui avranno nel tempo lo stesso valore e le stesse potenzialità di sviluppo nel mettere insieme soluzioni specifiche che oggi ancora non esistono. Ma il futuro è grande, almeno quanto le opportunità da cogliere.

Visto che abbiamo parlato di AI, torniamo sull’argomento. La ricerca presa in esame mi sembra prudente sul tasso di rivoluzione che le nuove tecnologie in corso di sviluppo possano apportare nell’e-commerce. Sarei pronto a scommettere che in pochi mesi vedremo invece grandi cambiamenti, e forse proprio qui si gioca una partita cruciale tra big player e squadre locali. Non perché l’AI non sia alla portata di singoli retailer, ma perché molti non l’hanno proprio capita. Non voglio aprire un dibattito su questa materia, ma solo dire una cosa, che poi è basata sui dati e quindi è un’informazione utile per le aziende che hanno la bontà di leggerci: credere di fare a meno dell’AI è una semplice idiozia, ma pensare che l’AI sia difficile e lasciarla nelle mani dei falsi guru è ancora peggio. La mia previsione è in totale controtendenza con quanto abbiamo visto con la rivoluzione digitale: se l’avvento di internet ha favorito le generazioni più giovani, che non hanno nessun problema a pensarsi digitali, abbandonando al suo destino la conoscenza, con l’arrivo dell’AI i protagonisti saranno, anzi sono, coloro che sanno dialogare con la macchina usando i prompt, cioè il linguaggio umano per educare i LLM e sorpassarli. E qui la preparazione umanistica può fare la differenza.

E ora facciamo un passo indietro e riprendiamo in mano la ricerca. Mi piace fare il guastafeste, ma c’è una cosa in cui proprio non riesco a credere, ed è il ruolo crescente di TikTok nel social shopping. Non so voi, ma io vedo nella piattaforma più innovativa del momento una grande forza che si sviluppa verso il mondo dell’entertainment. TikTok è per me la tv del futuro, almeno del futuro immediato, vista la velocità dei cambiamenti che si producono intorno a noi. I creatori di contenuti che hanno il loro spazio qui ambiscono all’immortalità digitale, non a essere piazzisti. E allo stesso tempo il mondo degli influencer sta franando sotto il peso della loro stessa strategia egoriferita. Avete visto cosa è accaduto dopo il Met Gala? È bastato un commento sotto l’inutile e offensivo post di Hailey Bailey per scatenare il Blockout 2024, la fuga dei follower al grido di “Noi vi abbiamo creato, noi vi distruggiamo”. In poche ore le grandi influencer del momento hanno visto il contatore di chi le segue scorrere all’indietro, dando una lezione di umiltà a chi crede davvero di esistere solo perché si appare. Fenomeno passeggero o reale cambiamento di passo? Citofonare Ferragni.

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